mercoledì 16 aprile 2014

lunedì 14 aprile 2014

Il minestrone di verdure

Nella dieta che inizierò dopo le vacanze pasquali (ultima abbuffata prima dell'estate) è previsto un pasto a settimana a base di minestrone. La sua preparazione richiede un po' di tempo, ma il risultato è garantito.
 
 
 Il minestrone è un primo semplice, ma buono e che fa bene; è sostanzioso e gustoso, ma non troppo calorico ed ha il vantaggio di poter essere preparato in tutte le stagioni variando gli ortaggi.
 
La mia mamma ce lo preparava quasi tutte le sere con il riso, com'è abitudine in Lombardia, con l'Originario che ha i chicchi piccoli, più adatti.
Per renderlo più denso lasciava le patate intere e, al termine della cottura, le schiacciava con la forchetta e le rimetteva in pentola.
 
Io, a volte, passo il minestrone con il frullatore a immersione per farne un passato e al posto del riso uso la pasta, i ditalini.
Le verdure che ci metto di solito sono le patate, le carote, il sedano, la verza, le coste, i fagiolini, i fagioli, i piselli, i pomodori, le zucchine, il porro e il prezzemolo.
 
 
 
Spesso però utilizzo le verdure surgelate per questione di tempo, ma seguo comunque il procedimento tradizionale, e cioè preparo il battuto con la pancetta, l'aglio e il prezzemolo e poi lo soffriggo con la cipolla affettata.
Unisco le verdure preparate (o surgelate), faccio insaporire mescolando e verso brodo di dado vegetale (odio il minestrone fatto col brodo di carne: mi disgusta!).
Se ce l'ho - a mio marito piace - unisco una crosta di parmigiano e proseguo la cottura per una mezz'oretta in pentola a pressione.
 
Una volta terminata la cottura delle verdure, aggiungo e cuocio i ditalini. Nei piatti insaporisco con olio a crudo e pepe.

venerdì 11 aprile 2014

Candida schiuma

Quand'ero bambina e si andava a trovare i nonni in Valchiavenna si doveva percorrere la statale 36 che costeggia il lago di Como con infinite curve, attraversando paesi antichi e pittoreschi.
Uno di questi borghi lacustri, fra l'altro ben conservato, è Varenna con i suoi vicoletti e sentieri di pietra che conducono ai porticcioli e alle piazzette alberate in riva al lago.
 
 
Ma il luogo che io aspettavo con curiosità di attraversare era un piccolissimo nucleo abitato a pochi chilometri da Varenna: Fiumelatte. La mamma e il papà mi mettevano in guardia affinché prestassi attenzione dal finestrino per non lasciarmi sfuggire lo spettacolo della candida colata di schiuma del torrente omonimo.
 
Appariva per pochi attimi, tuffandosi nelle acque del lago fragorosamente, bianco come il latte, scrosciante tra il verde acceso degli argini e il nero lucido dei sassi.
 
Il papà mi raccontava ogni volta (ai bambini piace risentire sempre le stesse storie) che il Fiumelatte è un fiume misterioso che ricompare a marzo e sparisce a ottobre, con una regolare intermittenza.
Se ne occupò anche Leonardo e numerosi altri studiosi cercarono di spiegare il fenomeno nel corso dei secoli: esso non sarebbe infatti legato allo scioglimento delle nevi.
 
Oggi non si transita più sulla statale, ma si corre su una superstrada in galleria da Lecco a Colico, ma ogni tanto mi piace tornare ad ammirare la grande quantità di schiuma abbagliante che dall'alveo stretto e ripido di questo affascinante fiumiciattolo si getta nel lago.
 

martedì 8 aprile 2014

Aspidistra

Non c'era androne di palazzo o appartamento che non vantasse la presenza di questa elegante liliacea dall'aspetto cespuglioso.
 
Oggi "non si usa più" e chi ce l'ha, l'ha ricevuta in regalo o in eredità da qualcuno; per moltiplicarla infatti basta suddividere i rizomi in piccole porzioni con 4 o 5 foglie.
A me l'ha regalata un'amica che ne aveva grossi cespugli nel suo cortiletto/giardino. Ce le aveva anche la mia mamma che le chiamava "frascun", frasconi, grosse frasche.
 
La più comune è l'aspidistra elatior o livida, che esiste anche in una varietà con striature chiare.
 
 
E pensare che nessuna pianta d'appartamento resiste tanto bene alle condizioni avverse quanto l'aspidistra! Anche se trascurata o dimenticata sopravvive: resiste agli sbalzi di temperatura, al secco, alla mancanza di sole e, se trattata bene, durerà tutta la vita perché le aspidistre vivono certamente più di 100 anni.
Trattarla bene significa non esporla al sole diretto perché le foglie si brucerebbero; non concimarla troppo per evitare spaccature nel fogliame e non esporla al gelo in autunno e inverno.

domenica 6 aprile 2014

Aprile

Andate nei campi e nei vostri giardini,
e apprenderete come sia piacere dell'ape
raccogliere dei fiori il miele,
ma come sia anche piacere dei fiori
cederlo all'ape.
Perché per l'ape il fiore è sorgente di vita,
e per il fiore l'ape una messaggera d'amore,
e per entrambi, ape e fiore,
donare e ricevere piacere
è un'esigenza e un'estasi.
 
(K. Gibran, Il Profeta)
 

venerdì 4 aprile 2014

"Canale Mussolini" di Antonio Pennacchi

 
L'avevo adocchiato già dal tempo della sua uscita, tre o quattro anni fa; aveva vinto il Premio Strega nel 2010. Mi attirava, ma non l'ho acquistato, rimandando.
Rimanda, rimanda, ho finito per comprarlo solo quest'anno, in edizione più economica (il che non guasta).
 
L'ho trovato un gran bel libro:
  • appassionante nella lettura delle vicende della famiglia Peruzzi che si dipanano nell'arco di cinquant'anni,
  • istruttivo per la conoscenza di fatti avvenuti in un passato abbastanza recente della storia del nostro Paese (la bonifica e la colonizzazione dell'Agro Pontino),
  • stimolante perché fa riflettere su un periodo controverso qual è stato quello della dittatura fascista,
  • accattivante nella caratterizzazione dei personaggi,
  • fluido e non banale nella scrittura che abbina all'italiano un dialetto "cispadano" parlato dai coloni.
La storia ha inizio nel 1926, l'anno della bonifica delle paludi pontine durante il ventennio fascista, ma va più indietro attraverso il racconto dei Peruzzi, mezzadri veneti che, insieme con ferraresi, emiliani e friulani (ma anche italiani provenienti da un po' tutte le regioni), sono diventati i coloni che hanno popolato l'Agro Pontino.
 
La miseria, le tragedie della Grande Guerra, la rovina economica, caratterizzano la parte iniziale della vicenda umana dei Peruzzi, prima socialisti, poi simpatizzanti fascisti.
L'ascesa di Mussolini, le lotte per il potere tra socialisti e fascisti, la bonifica, l'esodo di più di trentamila persone e il faticoso inizio nelle terre strappate alla palude, la guerra d'Abissinia, il disastro della Seconda Guerra Mondiale, la nascita della Resistenza, costituiscono il corpo del racconto che ripercorre cinquant'anni della nostra storia insieme con quella della famiglia Peruzzi.
 
 
"Le Paludi Pontine all’inizio del XX secolo erano per antonomasia la zona della malaria, la terra della morte, il paradiso degli uccelli, il luogo della poesia e della natura primitiva, il regno dei bufali a seconda degli interessi delle persone che le visitavano. In ogni caso era forse l’unico tratto costiero della penisola italiana, circa 60 km, nel quale per molti secoli la presenza umana era stata scarsa se non inesistente. Nelle Paludi Pontine vivevano poche migliaia di persone, sparse in piccoli gruppi, che praticavano l’allevamento del bestiame soprattutto ovini, bovini e suini. Durante i caldi mesi dell’estate gli abitanti della palude diminuivano in modo drastico, lasciando le loro abitazioni e ritornando ai paesi di origine. Con l’arrivo dell’autunno rientravano nuovamente in palude: un vero e proprio seminomadismo, 9-10 mesi in palude e 2-3 mesi in montagna.
La bonifica idraulica e la successiva bonifica agricola, messe in essere dal governo fascista, in appena un decennio portarono alla totale trasformazione delle Paludi Pontine, cancellando secoli di usanze, di abitudini, di utilizzo del territorio, espellendo i pochi abitanti indigeni e favorendo l’immigrazione di popolazioni provenienti per lo più dall’Italia settentrionale (Romagnoli, Emiliani, Veneti, Friulani, ecc.)."
(parte del testo di Luigi Zaccheo da http://www.borghidilatina.it/main/le-lestre.htm)

mercoledì 2 aprile 2014

Ricomincio da qui!

Non ho mai amato in modo particolare il cucinare.
M'è sempre pesato abbastanza, ma l'ho sempre fatto in modo semplice per nutrire me e i miei cari, con risultati soddisfacenti a volte, modesti altre.
Sono sulla via del pensionamento (questi dovrebbero essere i miei ultimi mesi di lavoro come insegnante elementare) e quando finalmente avrò più tempo libero potrò chiudermi in cucina a spadellare con più entusiasmo di quanto faccia ora!
Ecco il motivo della voglia che m'è venuta di "ripassare" alcune ricette e di sperimentarne alcune varianti.
(illustrazione di Leila Rudge)
 
Non posso cominciare che dalla A e quindi m'è venuto spontaneo pensare all' amatriciana.
 
(foto tratta da yumsugar.com)
 
 
 
Ad Amatrice ci sono stata, nel 2008, durante uno dei soliti week-end alla scoperta dell'Italia; ricordo che mi piacque molto, tutta la zona: era maggio, ma c'era ancora un po' di neve sui monti intorno.

 
Naturalmente gli spaghetti all'amatriciana li ho mangiati, ed anche quelli "alla gricia" che è la versione in bianco, quella più antica, quella che veniva preparata dai pastori solo con guanciale e pecorino.
 
Oggi, per il pranzo, ho ricominciato a cucinare con impegno partendo proprio dalla ricetta autentica di Amatrice che è la seguente:
 
Ingredienti x 4 persone
 
  • 320 g. di spaghetti
  • 150 g. di guanciale a dadini o a striscioline
  • 300 g. di pomodori pelati
  • 100 g. di pecorino grattugiato
  •     1     peperoncino
  •            olio q.b.

Preparazione
  1. Rosolare il guanciale in qualche cucchiaio d'olio.
  2. Aggiungere il peperoncino e i pelati schiacciati.
  3. Cuocere per 10'.
  4. Spadellare la pasta (nel frattempo lessata) nel sugo.
  5. Spolverizzare col pecorino e, a piacere, col pepe.

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